domenica 5 gennaio 2014

Se a Capodanno pensi ai telefoni fissi o hai bevuto troppo o troppo poco

Mi mancano i telefoni fissi. La linea telefonica a casa, voglio dire. Prima ci facevo meno caso, l'ho presa come delle conseguenze della modalità di vita universitaria: lasci la famiglia per riparare altrove, nella città più vicina o più lontana possibile a seconda della tua smania di indipendenza e della simpatia della fauna locale, dove ti accomodi in un ambiente regolato dall'anarchia. L'ingresso in casa di uno sconosciuto alle tre del mattino, tanto per fare un esempio, rientra nella norma, mentre vedere un ladro sì che sarebbe strano: finireste col farvi una briscola, ché tanto in casa di studenti non c'è niente da rubare. In breve tempo, diventi uno di quelli che i programmi televisivi li segue una volta al mese, quando va appositamente a trovare i genitori. Ti abitui, inoltre, a farti durare le lenzuola fino a che non vai a guardare la tele dai tuoi, così, dici, la mamma ha abbastanza panni per un bucato consistente. Passa un intervallo di tempo compreso tra i tre e gli undici anni e, dopo la laurea o la presa di coscienza della necessità di lasciare l'università, tenti di andare a vivere da solo o, se sei masochista, cioè, voglio dire, coraggioso e fortunato assai, di iniziare a convivere con la tua tua dolce, o rompiballe, o isterica, o accidiosa, o promiscua, o incapace di togliere i capelli dalla doccia, o più appiccicosa di una gomma da masticare sui jeans, metà - metà che non si stacca con un cubetto di ghiaccio passato sul tessuto come, insegnano i consigli di economia domestica sul retro delle scatole di fiammiferi, le chewing gum dai pantaloni. A questo punto (respira, che l'ultima frase era inutilmente lunga), farsi la linea telefonica non serve, sei a lavoro (non è un posto dove lavano l'oro) o in giro (a cercare un lavoro) per tutto il giorno e poi ormai con Internet c'e' modo di parlare senza mettere mano al portafoglio: conviene installare un router o attaccarsi a sbafo alla rete senza fili del vicino sprovveduto che ha messo come codice di sicurezza il nome della squadra di cui è tifoso conclamato.  
Mi manca il telefono di casa. Lo squillo che ti costringe a interrompere la doccia o, nel caso degli uomini, le varie occupazioni manuali della vita di tutti i giorni, discorso che vale solo in parte per le donne, ma non approfondiamo sennò cado nel maschilismo senza esserlo o nelle spiegazioni imbarazzanti essendolo. Mi manca l'attorcigliarsi il filo sulle dita, sul braccio, attorno al corpo, ma che diavolo sto scrivendo.
Alla fine, alla stregua di quasi tutto il resto, dalle sigarette allo scotch (non il nastro adesivo), fino ai cellulari a conchiglia, faceva figo perché gli americani nelle soap opera e sul grande schermo sembravano dannatamente disinvolti, mentre alzavano la cornetta. Le segretarie dalle dita laccate, le centraliniste in quelle fantastiche stanze tutte trilli e bottoni, le coppie sposate che non lo facevano da dieci anni e s'interrompevano per rispondere all'amico comune che è entrato in crisi esistenziale alle otto di mattina di domenica, come se potesse succedere davvero a qualcuno, a un'ora simile, di entrare in crisi esistenziale. E ancora, gli adolescenti delle serie anni Ottanta e Novanta che cuccavano manco fossero gente normale con capelli normali e vestiti normali e ricevevano più chiamate di te da adulto (te, non io, mica mi dò della sfigata da sola, che già è Capodanno e sto scrivendo assurdità!), attori fisicati che lasciavano la pupa a dormire dopo la chiamata al dovere per un'emergenza [mentre tu speravi un giorno di avere un lavoro tanto importante da poter fare lo stesso senza chiedere a un complice di chiamarti per inscenare una cosa del genere solo per filartela da una situazione già troppo compromessa. Forse questo non lo fanno tutti e nemmeno io, sia chiaro, grazie Jules*].

Trillava spesso durante i pasti in famiglia e fino al quinto squillo non si alzava nessuno, tranne, talvolta, l'innamorato che aspettava una chiamata che tanto non era quella. C'era quel gioco di sguardi, quel tacito "io non vado, conterò pure qualcosa in questa casa!", l'altrettanto sottinteso "io mi spezzo già la schiena per darvi da mangiare, muovetevi voi", il detto a chiare lettere digrigando i denti "sono il/la maggiore" o le minaccie bisbigliate "se non vai tu dico al babbo che ieri non sei andato/a a scuola!", le orecchie protese quando il pargolo di turno finalmente alzava la cornetta, le supposizioni, di solito tirate a caso senza un minimo di coerenza e, sempre, masticando, su potesse essere.

"A quest'ora di notte (le 22) chiamano solo i maleducati. Sarà Vesuvio! Tutti perdigiorno i tuoi amici"
"No, non ci parliamo più."
"Vorrà - munch - fare pace."
"No, pace no (ciomp)"
"Perché, che ti ha fatto? Prima c'eri tanto amica - slurp - e ora d'un tratto non gli dai nemmeno la possibilità di spiegarsi?! Sono sicuro che non l'ha fatto a posta!"
"Fatto cosa? Ma che ne sai tu? E poi non è lui, non mi chiederà mai scusa."
"Allora vai, fai il primo passo tu, non vale la pena di rovinare un'amicizia per una quisquilia, ci sono altri spinaci?"
"Quale quisquilia, non sai nemmeno perché abbiamo litigato! Per giunta non ti è mai stato simpatico."
"Al contrario, lo trovo un giovane brillante. Con tutto il gel che si mette!" seguono grasse risate del capofamiglia stesso, cui nessuno si unisce.
"Comunque secondo me è l'idraulico." interrompe la gentildonna di casa.
"Alle dieci di sera?"
"Può darsi."
Sguardi attoniti e pensieri funesti vengono placati dal ritorno del figliol prodigo dall'apparecchio; vogliono il padre, una faccenda di lavoro.
L'uomo finisce il boccone, pulisce il piatto con un pezzo di pane, lustra gli angoli della bocca con un tovagliolo, cosa che non farebbe se non stesse per andare a parlare a telefono con una persona importante, beve un sorso d'acqua e si alza con cautela, poi si dirige a rispondere mentre, intanto, un pendolino parte da Roma e arriva a Milano proprio sul suo "Pronto?".
Il mio fondamentale telefono in camera
Le chiamate le ascoltavano tutti, dalla stanza accanto o, se c'erano porte a impedirlo, dal telefono di camera. I telefoni in camera da letto sono arrivati per colpa delle figlie del reverendo Camden di Seven Heaven, serie trasmessa la mattina d'estate alle ore undici dalla Mediaset e dedicata a un padre protestante che diede nuovo afflato a un'umanità in crisi demografica sfornando dozzine e dozzine di bambini.  La rivoluzione la fece poi la Swatch, la marca degli orologi, anzi, sono gli orologi a essere un tipo di Swatch, non il contrario, con i telefoni a doppio ricevitore. La quintessenza dell'indispensabile: potevate rispondere in due, guancia a guancia. In pratica invitavi un'amica a casa solo allo scopo di telefonare a un'altra cretina e parlare in tre. Superfluo, ma vuoi mettere l'effetto telefilm?! Si può fare anche ora con l'aifon e con Skipper, ma non c'è paragone.

Mi manca(no le bollette de) il telefono di casa. I dialoghi seri da noi, i cavoli amari, arrivavano il giorno in cui si discuteva quel maledetto pezzo di carta. Al posto dell'occultazione della pagella, in casa mia, c'era quella della bolletta, al fine di procrastinare il più possibile il giorno del giudizio, soprattutto in seguito all'introduzione della trovata più malvagia del secolo scorso, la bolletta trasparente, che, detto male, ti sputtanava senza riguardo mettendo bene in chiaro i destinatari, gli orari e la durata delle chiamate. Altro che privacy!
Se si avvicinava il momento di meritarsi la costosa gita scolastica o di chiedere un qualunque permesso per una qualsiasi trasferta, scattavano i piani d'intercettazione del postino. Gli appostamenti all'inizio della strada divennero inefficaci il maledetto giorno che tolsero il senso unico. Dovete sapere che nel mio paese si alternavano secondo logiche misteriose un postino e una postina ed è assodato che i cervelli delle donne funzionano diversamente da quelli del sesso maleducato (se il nostro è "gentil", l'altro sarà maleducato, presumo), cioè ragionano esattamente al contrario. Quindi un giorno c'era la postina che partiva dal civico 5L, un altro il postino che iniziava dall'1 (nella mia via c'erano solo numeri 5, oltre al mitico numero 1, nessuno ha mai capito perché e questo è l'unico dettaglio che non sto inventando di sana pianta). In genere ci riuscivo, mi facevo consegnare le lettere e le portavo a casa, nella cassetta. Se c'era la bolletta, invece, la mettevo nei Promessi Sposi, edizione illustrata, in salotto o nella Bibbia direttamente, se temevo fosse davvero salata, lì non l'avrebbero trovata mai e poi mai e in caso sarebbe stato naturale pensare ce l'avesse messa l'A. Gabriele. Metterla in camera sarebbe stato rischioso, in quanto, in caso di ritrovamento, sarei stata facile da condannare. La tiravo fuori con tutto comodo, prima della fine del mese, quando non rischiavo di rovinarmi il fine settimana. A quel punto, però, erano amarissimi, i cavoli, ma in fondo le minacce erano risibili. "Lo stacco, sto telefono!" non era credibile, ci avrebbero rimesso anche loro, non si poteva fare.   Sarà eccessivo aver costruito un post su questo argomento, ma in fondo ho speso molto più tempo (io) e denaro (i miei) con il telefono fisso che sui libri, quando andavo a scuola e non sono l'unica. Anche perché non parlavo da sola, all'epoca.*

* Qualsiasi riferimento, anche nell'intero post, a persone o fatti realmente esistenti o accaduti è più o meno casuale, si tenga presente che non so cosa sto dicendo e si metta agli atti che mi pento e mi dolgo per gli errori di battitura: sto usando il telefono. Un telefono che scrive, che mondo.

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