lunedì 22 agosto 2016

L'amore sbocciava sul lenzuolo


Le immagini di un film scorrono senza audio su un lenzuolo steso che funge da cinema improvvisato nel parco. Nessuno sta prestando attenzione al film, è un sottofondo. A vincere la battaglia per l’attenzione completa della gente sono i pacchetti di tabacco, gli unici in grado di fermare il multitasking imperante. Hanno sconfitto anche i rivali più temuti, i telefonini col cervello, diventati già degli amici con benefit, quelli che ti porti a letto senza impegno, quando vuoi. Ho evitato il termine tecnico italiano perché non vogliamo essere volgari e poi non sono sicura che il vocabolo trombamici lo capiscano dalle Alpi alle piramidi. Stessa cosa, i telefonini arguti: sono a portata di mano, si lasciano toccare moltissimo, a volte anche un po’ danneggiare e sbattere, ma sempre mentre l’umano sta facendo qualcos’altro: viaggia in metro, (finge di) studiare, pranza, si lava i denti, usa il bagno a seconda delle necessità, bacia la
ragazza - ho assistito a una scena del genere in prima persona e il telefono sembrava geloso -, lava i vetri, commette un furto - devi aspettare che i signori Liquori escano di casa, una partita a dolcecandyball non te la fai? -, finge di leggere un libro di carta per cuccare ai giardini, scrive una storia sulla gente che non ha più concentrazione - Ehm, chiedo venia, era un messaggio importante. Su Twitter, sì. Come dite? Ah, non usano più i messaggi su Twitter. (I mazzi vostri mai, eh?) Grazie, la prossima volta uso un’altra scusa.
Nel film sul lenzuolo la magia si sta compiendo, del tutto ignorata dal pubblico. L’innamoramento, che altro ci è rimasto di inspiegabile e di immune agli anti-dolorifici e al Topexan. Eppure una resistenza c’è, ne ho avuto le prove. Ora vi racconterò una storia che sembra adatta al contesto ma che è in realtà c’entra un beneamato.

L’unica cosa veramente romantica che ho visto questa settimana sono stati due ragazzi che senza saperlo si stavano disegnando a vicenda in caffetteria. Quando lei abbassava gli occhi sul foglio lui sbirciava le sue fattezze, un occhio al foglio dove con cura reinterpretava a modo suo la bellezza della coetanea. Appena era lui a reimmergersi nel disegno ecco che l’ignara modella si metteva a studiare l’altro artista, a rapirne tratti insoliti di un volto bello, ma strano. I sorrisi che l’uno e l’altra confidavano al foglio smascheravano i primordi di una cotta.
Una casualità che ha mosso anche il mio animo indurito dai cartoni animati drammatici facendomi sognare per loro un futuro di giornate  trascorse a disegnarsi a vicenda in una baracca di legno nel bosco, senza mai posare il pennino nemmeno mentre si fanno le flessioni addosso.
Tra la musica italiana dei locali di Budapest e la polvere dei lavori in corso che sempre si fanno ad agosto per tenere compagnia a chi fa l’estate in città, sboccia ancora l’amore. Che bello.
Mi sono alzata per andare a prendere dell’acqua - un mero pretesto per farmi i fatti altrui -  e sbircio il disegno di entrambi. Sono seduti abbastanza vicino, ai tavolini lungo il muro. Il disegno di lui raffigura la mutazione di un ragno gigante in un mostro che sembra composto di palazzi di mattoni. Lei sta apponendo le rifiniture a una raffigurazione in chiave moderna di Santa Caterina da Siena o almeno questo pare a me.
Il lato positivo è stato che, svanito il quadretto da “Natale in casa Shrek”, mi è passata l’orticaria.

Nel film sul lenzuolo, almeno lì, si baciano. Lui, mi sa, ha la gomma in bocca e la cosa dà abbastanza fastidio, ma nessuno se ne avvede. L’attrice sì o forse no, dipende se da quando prendono sul serio la scena; se mettono la lingua o no, in altre parole. Il film sul lenzuolo non è un capolavoro. Per dirvela tutta si fa davvero fatica a guardarlo, ma c’è, è lì e sono stati spesi diversi ettari di dollari (se li contiamo distribuiti su una superficie piana, in banconote di piccolo taglio) e qualcuno l’ha scritto, disegnato, recitato e quant’altro. Per cui gli devo un poco della mia attenzione.
Lo schema narrativo è quello che sembra andare per la maggiore. Lui incontra lei, capisce che lei ci sta, escono insieme e lei lo porta sul palazzo più alto della città cui ha accesso per motivi misteriosi. “E’ il mio posto preferito” spiega.
Dal palazzo si vede un panorama magnifico fatto di sole luci, l’unica cosa che si vede in una città gigantesca al buio.
“Stai veramente guardando il film?” chiede un tizio che dagli occhi si è fumato pure la sedia a dondolo di sua nonna e che per le qualità appena descritte e che non a caso fa parte della schiera dei amici da passeggio.
“Sì, lo so che non si usa.”
“Credo che alla fine siamo tutti liberi di reagire come ci pare a roba tipo i film.”
“Alla cultura e quelle cose là dici? Sì, non hai tutti i torti.” Solo quello di non capire una costola di beneamato sedano, ma ci vai bene lo stesso.
“Questa me la chiami cultura?” replica con sorprendente prontezza.
“Di nuovo, non hai tutti i torti” gli concedo.
Osservo meglio l’avvicendarsi delle lingue sullo schermo. La città dovrebbe essere New York, ma forse hanno girato il film altrove o usato un lenzuolo dipinto, perché i palazzi sono tutti indistinti. Il fatto che sia buio nel film e che io stia guardando il film su un lenzuolo non aiuta. Sono abbastanza sicura di aver visto un passaggio identico in almeno altri cinque(mila) film, ma forse sono di più. Deduco che un gran numero di donne ha accesso ad almeno un palazzo nella città piena di luci dove risiedono, abitazione esclusa.
“Secondo te è una cosa solo americana questa?” chiedo a Rottame, il mio amico.
Rottame non lo sa, non si ricorda di cosa sto parlando e mi offre una birra. Valeriana, un’altra amica energica come l’erba omonima, sta scattando una foto per raccontare a tutto il mondo che se la sta spassando e Budapest è proprio un posto ganzo. Il fatto è che non sono più neanche convinta che sia inutile, solo fastidioso e abbastanza triste, tutto questo condividere in tempo reale. Finché li fa sentire meglio, alzo le spalle. 
“Vedrai che lo fanno anche nel cinema italiano…” mi giro a guardare Rottame, stupita da questo inatteso guizzo di attività.
“Roba tipo i film di Molfetta” aggiunge.
“Molfetta è una città. Vuoi dire lo scrittore, Moccia?
Rottame è tornato alla sua profonda attività di contemplazione delle foglie sparse davanti ai suoi piedi sul marciapiede del parco. 
“Hai ragione - ma cosa glielo dico a fare - “Tre metri sopra il cielo”. Dal titolo sembra suggerire un bacio su un bel palazzone di venti piani. Più alto non penso, era ambientato a Roma. Potevano girarlo a Milano. L’amore sul grattacielo Pirelli, che delizia.”
Sono curiosa di sapere se ci sono dei film ungheresi con questa stessa formula magica. Trame bellissime in cui la ragazza vestita da motociclista porta suo nuovo giocattolo  sulla terrazza del Westend (il centro commerciale) a guardare i treni scassati della MÁV fermi nel deposito della stazione e quelli veloci nuovi fiammanti che arrivano e ripartono con la tipica flemma delle stazioni di testa. La protagonista dice che quella terrazza le piace tanto: è il suo posto preferito. In quel terrazzo di cemento può appartarsi anche durante la pausa pranzo, visto che il call center dove lavora per mantenersi gli studi è proprio lì accanto e perché è talmente squallido che non ci va nessuno.”
“Ci sono stato ieri, era pieno di gente.” fa Rottame, che ancora riesce ad ascoltare nonostante si sia appena fumato una siepe di ginepro completa di bacche. 
“Capisco quelli come te che si devono sempre nascondere, ma la gente…normale, perché dovrebbe andare su un giardino pensile senza erba e fiori sul tetto di un centro commerciale? In una città piena di bei posti?”
Rottame se ne esce con una delle sue massime sull’umanità che puntano dritte al centro del bersaglio: “All’uomo piace nuotare nello squallore. Con la rivoluzione industriale abbiamo ridisegnato il mondo a nostro piacimento, cemento e ciminiere.”
Annuso il preludio di un mattone sul consumismo e i mali del mondo moderno, smetto di ascoltare, lascio scorrere, tanto sono d’accordo ma non riesco a farci niente.
“Alla fine la gente va da Stellabucks” commento in mezzo al discorso, certa che sia un intervento appropriato. 
Rottame annuisce con aria greve e si accanisce sulle multinazionali, pulendosi la bocca di tanto in tanto.

Il mondo è proprio un bel posto, peccato che.

martedì 16 agosto 2016

Gli Zonaragazzo non erano i Backstreet Boys e comunque dove sono finiti tutti?

Prima che la riprendessero gli 883 (nella foto) facendone "Tenendomi", ode alle maniglie di sostegno degli autobus, questa era una canzone dei Boyzone. Ho detto Boyzone. A Budapest stimano sia un pezzo adatto al 16 agosto e, per enfatizzare il clima da eterno post San Valentino, la propongono a tutto volume in un locale da perdizione diurna. Davvero non posso scrivere oltre: ho detto Boyzone. Quelli che quando sono diventati famosi erano già passati. Quelli che i pochi cui piacevano si sono fatti a fette mentre li ascoltavano. No, non sono gli Nsync, loro hanno fatto "Bye bye bye" che è una di quelle canzoni senza tempo, nel senso che la potete ballare come volete. I Boyzone sono quelli in Italia si sono presi il merito anche (o almeno) delle canzone (è una discordanza voluta, giacché a parte la citata Bye Bye Bye tutto il resto è acqua, anzi Aqua) degli Nsync, perché gli ultimi risultavano impronunciabili e irricordabili per via del nome. I Boyzone stavano ai Backstreet Boys come le Cleopatra stavano alle Spice Girls: male.
I Backstreet Boys ci hanno insegnato messaggi importanti come questo che metto dopo il punto, perché due punti ora basta. Non mi importa chi sei, da dove vieni, cosa hai fatto, finché mi ami. La metafisica del "basta che respiri", strano che Max Pezzali non ci abbia fatto un pensierino.
Puoi essere un ladro e uno sgozzatore di orsetti di peluche, antipatico, puoi esalare assa fetida dal mattino alla sera, basta che. Lusinga almeno quanto "When you say nothing at all" di Ronan Keating, quella di Notthing Hill che in pratica permette all'innamorato di dire alla ragazza che è meglio stia zitta.
Dicevamo dei Boyzone, gli Zonaragazzo. Ho solo una cosa da aggiungere: gli Westlife erano un altro gruppo. 
Ora scusastemi, ossia chiedo scusa agli astemi (pure agli stemmi volendo), ma vado a purificarmi con la sana "I want it that way" dei BSB che non è mai stata tanto attuale. Il contesto è sempre la Budapest degli anni Dieci, ovvio. Ah, come mi sento bene adesso che ho scritto tutte queste zappate.
Poi ditemi che la scrittura non è tapioca. Terapeutoica. Tipica. Tropica. Tilapia. Che ho scoperto essere un pesce mentre qualcuno pensa voglia dire "filetto" in inglese. Dio come mi farei una partita a filetto. 

sabato 9 luglio 2016

Tutto accade per un motivo: se mi stai leggendo ci sarà un perché


Questa settimana ho perso diversi incipit, di articoli e di racconti delle quattro del
mattino, perché il mio computer resta acceso quel tanto che basta a iniziare qualcosa, poi si spenge mentre premi il tasto Salva. Un divertimento che non vi dico. Eppure credo che qualsiasi cosa ti accada per un motivo e questa è la filosofia spiccia che tengo per me stessa ma che ha reso la vita piacevolmente leggera fin dalla tenera età di 57 anni, quando sapevo accettare ogni inconveniente per quello che era e andare avanti. Vivi come se fossi in un videogioco tipo "Paperino contro Draghi" e ti fosse rimasta una vita sola. No, signore in terza fila con la maglietta del latte a lunga conservazione, non ho saltato un articolo, è “Paperino contro Draghi”, non "Paperino contro I draghi". Draghi, Mario, ha presente? Giapponese, iconico, negli anni novanta giocavano tutti con lui pensando che fosse italiano? Poi ha fatto i soldi ed è diventato governatore della Banca d'Italia e, in seguito, della BCE. Ciò che conta è che nel gioco Paperino percorre una ventina di livelli pieni di ostacoli per arrivare a sfidare l’acerrimo rivale Supermario Bros. 

Il mio nuovo computer
Ci interrompiamo un attimo pensando alla parola acerrimo: quanti di voi la usano con cognizione di causa? Ecco, nemmeno io o meglio sì perché il mio cervello scarta tutto ma si dimentica qualche zampillo di lezione di latino del liceo, quel tanto che basta a sfoggiare del sapere che non ho. Dunque acèrrimo è il superlativo - una cosa molto lativa - di àcer (ce li hanno mica solo gli ungheresi gli accenti stronzi, eh!) che significa acre, violento, acuto, ma si usava anche per dire di un vino era “frizzante”. Dunque se avete un nemico acerrimo, sappiate che è un tipo molto frizzante, con tanto vino in corpo. 

Penso di avervi dato abbastanza per stanotte, ma continuerò comunque a dare perle ai porci, ehm, considerazioni interessanti agli appassionati spettatori di questo evento. Dicevamo, Supermario. La vita è una metafora dei videogiochi, per questo molte persone dopo aver speso tanti anni nella Playstation decidono di passare a un’esistenza di evasione e svago e si mettono a vivere nel mondo cosiddetto reale: è riposante, dopo tante sfide. Così bisogna transitare nella realtà: superando le difficoltà e gli incidenti e andando avanti, senza fermarsi a patire per quanto ci hanno ferito. Alla fine dovete arrivarci grondanti di sangue e pieni di lividi, un po’ come me quando ho fatto il corso di formazione per prendere il tesserino da giornalista a Firenze e sono andata a lezione con un lato sfasciato dopo essermi fatta metà della mia corsa mattutina rotolando giù da Piazzale Michelangelo. Pur di non far tardi sono andata com’ero, tutta rincoglionita e piena di sangue dappertutto. La gente per strada mi guardava con disgusto, una ragazza - santa subito - mi ha iniziato agli antidolorifici e nessuno mi ha offerto un posto a sedere, ma ho resistito. 


Per la cronaca la mia cuginetta mi ha poi disinfettata con otto litri di acqua ossigenata facendomi sbraitare perché confondeva la schiuma del disinfettante con il pus e continuava ad aggiungere queste fiamme vive in bottiglia sulle mie ferite con l’ostinazione di chi sa di fare il tuo bene. 
Videogioco Vs Vita Reale: quali tartarughe sembrano più vitali?

Tutto succede per un motivo, lo vedete? Se quella mattina non fossi uscita a correre alle cinque del mattino senza essere nemmeno andata a letto la notte prima, questa notte, un lustro dopo, non avrei potuto raccontarvi questa storia magnifica. Avrei scritto: “Alla fine dovete arrivarsi  grondanti di sangue e pieni di lividi, un po’ come me” punto. Avreste pensato: “Questa va in giro incrostata di sangue di ferite d’infanzia. Andiamo bene, un’altra matta”. 

Sono molto felice di aver perso un sacco di lavori questa settimana, soprattutto quelli creativi che scrivo a scapito del sonno, perché mi ricordano quanto è bella e utile la carta e mi sento fortunata per non aver perso l’abitudine di scrivere molte cose a penna, prima. Inoltre se non avessi perso tutti quei testi (due) adesso non starei scrivendo questo che è molto più bello. Figuratevi gli altri. 

mercoledì 22 giugno 2016

Gli esami finiscono. Sempre. Per chi suona la maturità

Certe cose non si dimenticano mai; per vostra fortuna, e mi rivolgo agli studenti delle superiori, gli esami di maturità non sono tra queste. Questa notte, prima di scrivere sul blog, ho aperto l’Ansa e letto che ci sono gli esami, in questi giorni. Parole lontane mi riecheggiano nella mente. Forse le ho già sentite: tracce, terza prova, latino, commissario esterno, mappa concettuale (questa ho dovuto cercarla su Internet), tesina, saggio breve. Sono passati dieci anni per me e per ricordarmi che esistono certe atrocità mi servono i giornali o Cesara Buonamici.


Ammetto di avere un conclamato problema di memoria, un deficit che coltivo con passione lavorando sulla mia confusione mentale con la dedizione di un apicoltore, eppure c’è stato un momento in tutto questo è stato importante. Di più: drammatico

I 18 anni non tornano più. Nemmeno i 34, i 45, i 12, i 69, i 53 e via dicendo. La differenza è che la tua vita non sarai mai potenzialmente figa quanto a 18 anni. Se rientri nella media, hai tutto: sei giovanissimo ma il tuo viso ha smesso di sembrare quello di un malato di varicella cronica, sei più ricercato di un elettricista, con dozzine di amici nullafacenti che ti implorano di uscire con loro, i tuoi disordinati impulsi fisici corrispondono finalmente a un corpo non del tutto repellente, hai appena preso la patente e questo significa ragazze, se sei maschio, e paraurti distrutti se sei femmina, ribolli di idee geniali per il futuro, hai voglia di fare e sei curioso di scoprire il mondo, senti che niente può fermarti.
Il sistema non poteva accettare tutto questo, troppa gioia fa male. Per prevenire attacchi di panico da felicità lancinante ha inventato la macchina diabolica per eccellenza: gli esami di stato.

Tutto di loro fa paura, anche il nome. Esami di Stato. Come dire: stai attento, stanno per venire a controllare se negli ultimi 4-9 anni (a seconda che tu sia stato sempre promosso, che tu sia caduto una o più volte o che tu abbia fatto l’artistico. Il caso “primina” non è contemplato perché non saranno gli esami a rovinarti la vita, in questa remota ipotesi, a meno che tu non sia un superfigo, ci hanno già pensato i tuoi compagni) hai fatto il tuo dovere, se hai copiato come un disperato e se sei in grado di organizzare le tue conoscenze in modo articolato e intelligibile. 

La prima prova è un incubo per chi odia scrivere e un’incognita per chi se la cava bene, ma non può predire come sarà valutato il suo lavoro. Un romanzo di Stephen King può fare pena a molti, mentre milioni di persone ne tesseranno le lodi, figurati il tuo patetico saggio breve. 

La seconda prova non posso che descriverla dal mio punto di vista. Da quando l’ho vissuta, la morte non mi spaventa più. Personalmente ho fatto lo scientifico (altro motivo per cui è difficile spaventarmi) e l’ho vissuto con leggerezza, tra crisi di depressione esistenziale, rifiuto fisico di andare a scuola e strazianti tentativi di fuga. Ora, se avete condiviso questo piacere, saprete che 399 anni a questa parte alla seconda prova esce Matematica, in barba alla statistica che suggerirebbe che, cribbio, prima o poi dovrebbe uscire un’altra materia. Fosse uscita fisica, del resto, mi sarei rifugiate in acque internazionali. Non che mi sia andata tanto meglio: ho iniziato a piangere prima ancora di ricevere la traccia, inveendo contro i miei compagni che avevano occupato i posti migliori e contro il fato che mi aveva fatto arrivare tardi proprio nel Giorno del Giudizio (il fato ha un nome e un cognome, ma non  mi pare di dare la colpa ai genitori in circostanze simili). Come al solito ho fatto tutti i disegni, almeno fino a quando mi riusciva, lasciando ad un futuro ipotetico la risoluzione dei problemi. Per chi non lo sa, i disegni sono una fase preparatoria. Tanto per darsi un atteggiamento, far vedere che stavo facendo qualcosa. Di tot esercizi sono riuscita a farne solo uno, ma prima di consegnare ho deciso di controllare sbirciando il foglio protocollo del compagno più vicino. Il suo risultato era diverso, così ho corretto tutto secondo l’assunto “il compito di un altro sarà sicuramente meglio del tuo” e cancellato la mia esecuzione. Indovinate un po’? Per la prima volta in ere geologiche avevo svolto un esercizio correttamente, mentre il mio compagno aveva sbagliato. Una magnifica giornata, davvero.

La terza prova è la migliore rivisitazione della tortura cinese con cui potevano venirsene fuori, per cui in un tempo limitato devi rispondere a domande su materie che non hanno niente a che fare l’una con l’altra ed è la preparazione ideale per un futuro da disoccupato che si allena per vincere a “Chi vuol essere milionario”. 

L’orale avviene giorni dopo, così hai un po’ di tempo per goderti la tensione del non sapere cosa ne sarà di te e del tuo futuro, mentre studi cose inutili nel gradevole clima di luglio in città, il resto del mondo al mare. 

LA MATTINA DOPO DEGLI ESAMI

E il bello di questa strage di incompetenti è che se fino al giorno prima progettavi sistemi di gru a discesa da appendere al soffitto del bagno e ti fotocopiavi la Divina Commedia sulle cosce, il giorno dopo non te ne frega più un cesto di insalata e, il diploma lo perdi nel retro della macchina dai paraurti distrutti (vedi sopra), il macinino che gloriosamente ti porterà verso l’agognata spiaggia. 

Nei giorni il tuo cervello premerà il tasto “RESET” e vedrai sparire, a poco poco ma sistematicamente, tutto ciò che hai studiato al liceo, che per comodità avrai concentrato tutto in 4 mesi di studio matto e disperatissimo. Oh no, questo è Leopardi! Come vedete qualcosa può resistere al meccanismo di purificazione celebrale, ma tranquilli, sono informazioni sporadiche, che non siete in grado di connettere. 

Il mondo è ancora bello là fuori. Ci hanno provato a rovinarvi la vita, ma voi siete più forti. 


Ah, una rassicurazione dell’ultimo momento: posso garantirvi che, sebbene abbia deciso di vivere di scrittura e fare la giornalista, non ho mai più sentito parlare di “saggi brevi”. All’università ve li ritroverete tra gli “ioni” sotto mentite spoglie, li chiameranno “essays” oppure “paper”, ma non preoccupatevi: non esistono. 

giovedì 21 aprile 2016

Come cancellare DAVVERO le foto dal tuo iPhone


Per anni il rompicapo è rimasto senza soluzione: l'iPhone non mi permette di girare un video per spazio insufficiente, la memoria è occupata quasi del tutto dalla galleria fotografica, ma ho solo poche decine di foto sul telefono. Lo uso per lavorare e non vi tengo né musica, né film o altri file pesanti. Niente giochi e pochissime app. Mistero.
STEP1: l'ovvio - Il trucco che vi suggeriscono appena parlate di questo comune problema è di svuotare la cartella "eliminate di recente", un vero e proprio cestino a scadenza che mantiene a lungo le foto cancellate prima di farle sparire. Peccato che io l'abbia scoperto quasi subito e che lo svuoti regolarmente. Collegando l'iPhone al computer iTunes mi svela l'arcano: sul dispositivo risultano esserci oltre 1300 foto. Sì, ma dove cavolo sono?
Cerco dappertutto, in vano.
Ri-sincronizzo l'iPhone, faccio due volte il back up e cancello TUTTE le foto. Galleria vuota. Le mie foto (ma quali?) continuano ad occupare circa 7GB. Mistero. 
Trovo consigli sui forum, ma si parla sempre della cartella "Eliminate di recente" che conosco già o di acquistare nuovo spazio su iCloud che 1) non uso e 2) non mi pare sensato visto che la mia memoria è occupata dalla fuffa, dal niente.
STEP2: si applica ma potrebbe fare di più - Finché un giorno un amico condivide un trucchetto interessante via Facebook: prova a noleggiare un film molto lungo su iTunes Store e il tuo iPhone, nel tentativo di fargli spazio, pulirà la cache e avrai più memoria. Guadagno circa 0,5G, mi fa piacere, ma resto con il mistero delle foto invisibili.
STEP3: la luce - Mi intestardisco, cerco meglio. Alla fine, su un forum, trovo un angelo. Un genio che ha trovato chissà come una soluzione inverosimile, che condivido anche se il mio blog non parla di tecnologia perché è davvero troppo utile e interessante (nonché rivelatrice dei trucchetti delle aziende, Apple in questo caso, per costringerti a spendere).
Cambia la data sul tuo iPhone, portalo "indietro nel tempo" fino a una data in cui già lo possedevi, ma  diverso tempo fa. Lo porto indietro di due anni, all'aprile del 2014. Vado alla cartella "Eliminate di Recente" e, sorpresa delle sorprese, è piena zeppa di foto, le mie foto. Stesso discorso per il rullino foto. Cancello tutto, reimposto la data dell'iPhone a quella attuale (dopo averlo fatto viaggiare nel 2035 per sbaglio) e controllo la memoria. 7GB liberi.  Sommo gaudio.
Qui sotto il post del salvatore.
      Leggi il post salvifico QUI      




mercoledì 16 marzo 2016

Signore e signore, un pensiero!

Budapest, graffiti. Foto di Claudia Leporatti (https://www.instagram.com/claudialepo/)
L'idea di iniziare a pensare mi è venuta oggi che saranno state le otto e trenta. Ammetto che non mi ero alzata da tanto, perché ieri sono andata a letto dalle cinque del mattino e ho dovuto farmi tre ore di sonno molto fitto per sentirmi pimpante di nuovo. 
Ho pensato: oggi potrei provare a fare qualcosa di nuovo, per esempio pensare. Il fatto che io lo stessi pensando mi ha incoraggiata: avevo già iniziato, non è meraviglioso?
E così dopo ventisei, ventisette, ventotto anni o quanti sono non ricordo, ho provato questa cosa del pensare. Più in là magari diventerò così brava da lanciarmi anche sulla riflessione, mai dire mai. Per ora sono abbastanza soddisfatta di questi miei primi passi mentali, anche se non ho capito bene quando dovrei inserire tale azione tanto decantata.  Prima o dopo il caffé? A digiuno? Prima di coricarmi? Ho concluso che una buona soluzione è farlo mentre mi lego le scarpe. Prima di uscire ho dunque indossato le mie calzature: stivali. Mannaggia, un'occasione persa per stare zitta.

sabato 12 marzo 2016

Tartacronaca dagli Antipodi: chi va piano va sano e va in Nuova Zelanda



Buongiorno. Per onestà premetto che non sto scrivendo questo pezzo perché sono stata in Nuova Zelanda. La Nuova Zelanda non c’entra niente, ma comunque parlerò di quella. Scrivo questo post sulla Nuova Zelanda perché sto guardando un documentario su uno dei tanti casi di ingiustizia negli Stati Uniti in cui un uomo sta scontando una condanna a vita senza colpa. Roba che se la guardi di notte prendi sonno nel decennio successivo. Sul serio, ti sale un nervoso che prenderesti a pugni il muro, ma il palazzo dove abito regge l’anima con i denti, meglio accumulare rabbia repressa e, intanto che stai sveglio, ricordare il più lungo viaggio della tua vita. Dunque tempo fa era il 13 gennaio. In Nuova Zelanda erano quasi le nove di sera, in Italia  quasi le nove di mattina e noi, noi. Chi lo sapeva. Stavamo sorvolando la Cina o uno dei Paesi limitrofi tipo la Mongolodia, più sette rispetto all’Italia, quindi potevano essere all’incirca le quattro del pomeriggio. Per noi - a prescindere dai fusi orari - erano le nove di mattina, l’ora del Paese di destinazione, l’Italia, e ci avevano già servito due colazioni - entrambi a base di riso, sul primo volo con pollo, sul secondo con anatra - e bevuto i primi due bicchieri di rosso. Il viaggio si prospettava divertente: appena dieci ore e nessuno dei due schermi di cui eravamo dotati funzionava. Il piano di riguardare il film dei Minions fino diventare del tutto cretini era crollato miseramente. Di qui la decisione di sbronzarci. L’idea migliore che può venirti su un aeroplano dove devi trascorrere un numero disumano di ore circondato da entità difficili da sostenere a lungo, le famiglie, spesso dotate di neonati che dubito stiano viaggiando per loro scelta.
Bene, il viaggio stava giungendo al termine, e io ero molto felice di tornare a Budapest, dove vivo, ma pensavo pure peccato che sia volato anche il tempo, oltre a noi. Sono molto contenta di aver fatto questo viaggio e lo devo alla mia bieffe, la mia migliore amica, che  si è trasferita agli antipodi e che è stata il motivo della traversata. 
Prima di partire ho raccolto in un quaderno le domande ricevute dai telespettatori (intendo dire conoscenti) a cui dare riposta durante alla mia spedizione dall’altra parte del mondo.
La più classica: davvero si cammina al contrario?
Caro Tommaso, anni cinque, no, nell’emisfero australe si cammina sul terreno e non sul soffitto. Sì, lo so, ci sono rimasta male anche io. Concordo, dovrebbero rimborsarmi parte del biglietto.
L’acqua cade dal mare?
Vedi la risposta precedente.




Cosa mangiano in Nuova Zelanda?
Più o meno quello che mangiano in Inghilterra. Di conseguenza non ho provato niente di tipico, a parte la frutta. Comunque hanno gli anacardi e da allora al posto di starnutire dico "Casciù", ma questo per colpa del mio amico Kylo Ren.
La Nuova Zelanda esiste?
Sì. A tratti dubiti, atterrando, perché più che altro vedi acqua con qualche sassolino sparso in qua e in là, ma esiste. Certo, anche il Molise, te lo assicuro, ma è un’altra storia.
Il jet lag è davvero così sconvolgente?
Altera il tuo orologio biologico. Se, come me, hai l'equilibrio sonno-veglia sconquassato dal 1998, tuttavia, è come una carezza. La cosa più carina è che è contagioso. Dunque se a te capita di svegliarti alle quattro del mattino ogni giorno per tutta la durata del viaggio, anche quando sei andato a letto due ore prima, alle persone che dormono con te succederà lo stesso. Soprattutto se mandi messaggi con l’iphone al massimo della luminosità. 
Il viaggio di ritorno sembra più breve di quello di andata?
Te lo spiegherò in inglese: bullshits. Il ritorno dura più o meno con l’andata, con la differenza che ti sembra non finire mai. In particolare modo se all’arrivo non ti aspettano l’estate e il mare, ma un altro viaggio aereo. Credo che questa non fosse una domanda, ma una mia presupposizione, o speranza dettata dalla disperazione. Errata. Del tutto errata. 
Ci sono davvero così tante pecore?
No. Di più.
E mucche? Anche le mucche sono tante?
Così tante che fatichi a distinguerle dalle pecore. Gli esseri umani, invece, danno nell’occhio.
Esistono cose normali come i cinema, i posti di blocco, i negozi di articoli per fumatori e le palestre?
Sì. Ti dirò di più: ci sono anche i McDonald’s. Inoltre la maggior parte delle case è dotata di energia elettrica. Molte persone sanno già cos’è la tv.
Andrai anche in Australia?
Il giorno in cui andrai anche tu in Nuova Zelanda capirai che è come chiedere a uno che va in Irlanda se lungo il tragitto visiterà anche la Grecia. Ci sono circa 6 ore di aereo tra la terra dei canguri e quella dei kiwi più i vari controlli e, credimi, l'ultima cosa che vuoi dopo due voli consecutivi da 12 ore e 10 ore di attesa in aeroporto è prendere un aereo.  
Come si vestono i giovani?
Da struzzi. No, scherzo. Diversi sono abbastanza truzzi, però, questo è vero. Molti, invece, con jeans e maglietta, o costume e maglietta. Quasi come fossero persone come le altre.
Qualche luogo comune sul rugby?
Chiede Alessandro, che ci chiama da Budapest. Servito: non tutti giocano a rugby, mentre invece la birra post-partita la prendono tutti, anche a campionato finito. I giocatori di rugby, come i surfisti e la maggior parte dei runners locali, hanno caratteristiche apprezzabili, ma è meglio non discuterne in questa sede. 
Qual è stata la più grande delusione del viaggio?
Dovevamo fare un tatuaggio, ma il mio amico Kylo Ren si è spaventato vedendo un energumeno con un tatuaggio rovinato dal body building e dal sole. Ha dunque pensato: "oh. Se oggi mi faccio un tatuaggio dovrò dire addio al mio sogno di diventare un culturista e di prendere il sole sei mesi all'anno nonostante io sia una checca europea che si scotta dopo 20 minuti e di conseguenza da sempre sceglie di restare bianca tutto l'anno. No, non facciamo il tatuaggio."
#neveragain
La tua giornata tipica in Nuova Zelanda?
Cito dal mio Diario FacciadaLibro. "il 6 gennaio in Nuova Zelanda delle nostre frignette europee trascorre al mare, dopo un gradevole tragitto in bus (#neveragain 1). Due ore a spalmarsi crema densa come colla vinilica (#neveragain 2) regalano loro un'abbronzatura che neanche ricoprendosi di gomitoli di lana sgomitolati. Cambiano posto, vanno alla spiaggia dei surfisti senza chiedere indicazioni (#neveragain 3) percorrendo km inutili per poi capire la strada e fermarsi a metá per sfinimento, ripiegando sulla spiaggia dei pescatori. F e C decidono di camminare sul libeccioso (Fede dice si dica limaccioso, ma magari tutto quel vento era libeccio!) bagnoasciuga (#neveragain 4), poi su un letto di conchiglie rotte (‪#‎na‬ 5). Si stendono nella zona dove tira meno vento, cosí bruciano meglio (#na 6), C, in preda al freddo, fa il bagno e finge sia stato bellissimo (#na 7). Disperati, si sdraiano lungo la strada in mezzo alle api (#na 8), conoscono una neozelandese di 808kg incaxxata come una iena e C le dá spago (#na 9) finché il buon Conrad non li recupera con la sua macchina rossa. É non senza sfottere che li porta alla spiaggia dei serfisti, dove, con 22C, C fa il bagno nelle onde con Conrad (e questo non é un #neveragain) anzi é stato spettacolare. Le 22C si sono divertite pure loro. Ma la giornata non è ancora finita e a G succede una delle cose più dolorose del mondo, peggio del ginocchio nello spigolo del comodino, peggio, forse, che bruciarsi per togliere una torta dal forno: le dita nello sportello (doppio #neveragain, 10 e 11). Finiscono con qualcosa di tipico: il fish and chips, ma appena arrivati sul posto sul mare scelto dal festeggiato, F dice "No, fa freddo" (#neveragain 12) e girano tutto il paese senza trovare niente. Ripiegano su un posto cinese-thailandese che fa fish and chips (#neveragain 13)."

Resettami il televisore ti prego.
La televisione è rotta, disse la hostess, che per ricompensa ci ha portato due mandarini e due contenitori di plastica pieni di non sappiamo cosa visto che le scritte sono in cinese. Noi avevamo chiesto vino, ottenendolo. Mi parve giusto. Altre otto ore di volo davanti a noi, ma non dovevamo temere: avevamo due mandarini e due porzioni di pripppplleee, qualcosa che non sapevamo cosa fosse ma sembrava diversa dall'altro vino che avevamo chiesto. Spensero tutto, chiusero le tendine. Volevano farci credere che fosse notte, mentre: 

in Italia era mattina, 
in Nuova Zelanda - se aveva ancora senso usare questo riferimento, e no, non ne aveva - era sera, ma presta, presta sera
lì, in Asia insomma, era primo pomeriggio.

La morale, alla fine del viaggio, è questa:

Vivi la tua vita come se stessi sempre per per perdere un autobus.

venerdì 19 febbraio 2016

Bar Cavolo - Chi è l'ultimo discendente di Napoleone?

[SCROLL FOR ENGLISH]

“Sai che l’ultimo discendente di Napoleone …”
“Non dirmelo. E’ un…dromedario!”
“No. Davvero è roba da non crederci, resterai sbalordita! Dicevo, l’ultimo discendente…”
“Sì, sì. Napoleone, certo. Che poi questi discendenti…saranno veri? Come li trovano? Fanno il test del DNA? Abbiamo il DNA di Napoleone. Probabilmente sì, visto che è morto, di noia, pare, e che il cadavere è stato ritrovato. Anche avessero trovato solo il pettine che teneva nel taschino per  sistemarsi quei tre peli, vuoi che non ci fossero capelli attaccati?”
“…non lo so…”
“Almeno ci sarà stata della forfora! Ora, non per fomentare i luoghi comuni, ma i francesi non si distinguono per l’igiene impeccabile e perdonami davvero se sono superficiale fino a questo punto. A quei tempi poi…”
“Davvero, non saprei, ma comunque l’ultimo…”
“Guarda che poi la forfora non è mica indice di sporcizia!”
“Beh…”
“Sì, certo, se ne hai tanta è disgustoso, ma può venirti anche se ti strofini troppo la cute. Alla fine è pelle che si stacca dal cuoio capelluto, capisci?”
“Sì, certo che capisco, ma volevo dire…” 
“Anche i denti se ti li lavi con troppa enfasi mica gli fai bene, sai? Si rovinano le gengive! Vanno in recessione, come l’Italia. Bella crisi, la nostra, ne parlavo ieri sera. Quando è iniziata, mi ha chiesto lui. Eh. Bella domanda, davvero, bella domanda.”
“Mi rendo conto, ma, stavamo parlando…”
“Di Fight Club, quando ho avuto la rovinosa idea di infilarmi nel discorso. Di lì è passato a Magellano, con un collegamento che ovvio è dire bruscolini. Quasi quasi mi faccio un altro caffè, non sono ancora abbastanza nervosa. Prima ho quasi evitato di insultare un automobilista che non mi ha fatta passare col rosso. Poi gli ho augurato un’invasione di facoceri nel suo appartamento mentre fa la doccia, ma per un attimo, mi creda, ho esitato.”
“Insomma…”
“Mi sono accorta adesso che le ho dato del tu e poi del lei. Se non le spiace resterei sul lei. Fa più anni Ottocentonovanta, che dice?”
“Certo. Volevo solo farti notare l’ironia di come l’ultimo discendente di Napoleone sia…”
“Certo certo. Che bella storia. Mi ha fatto venire voglia di rimettermi a scrivere sa? Lei con quel berretto di lana e la faccia da uno che è stato preso in giro anche dagli ombrelli rotti.”
“Grazie. Oh, questo significa che oggi è una bella giornata!”
“Che dice, non vede come piove?”

***

“Do you know that the last descendant of Napoleon ..."
"Do not tell me. It 'a ... camel! "
"No. This is really hard to believe, you'll be amazed! I said, the last descendant of ... "
"Yes, yes. Napoleon, of course. Then these descendants ... do you think they really rooted to the actual Napoleon? How check if they are? Did somebody tested their DNA? Do we have the DNA of Napoleon? Probably yes, because it is dead, dull, it seems, and that the body was found. Also I think it was found also the comb he kept in his pocket to settle those three hair he had, so probably one of those hair was there… "
"…I do not know…"
"At least there will have been some dandruff! Now, not to stir up the clichés, but the French are not distinguished by the impeccable hygiene and forgive me if I'm really superficial until this point. At that time then ... "
"Really, I do not know, but the last ..."
"Look, not that dandruff should be considered an index of dirt!"
"Well…"
"Yes, of course, if you have a lot of that it’s disgusting, but it can come also from a too vigorous rubbing. In the end it is the skin that is detached from the scalp, you know? "
"Yes, of course I understand that, but I wanted to say ..."
"Even your teeth, if you brush them with too much emphasis, will suffer, do you know?  You’ll ruin your gums! They go into a recession, such as Italy did. What a crisis, our, I was talking about it just last night. When did it start, he asked me. Huh. Good question, very good question. "
"I realize, but we were talking about ..."
“About Fight Club, when I had the disastrous idea of ​​slipping into speech. Strange how everything orbits around Palahniuk in the last two days. From there, by the way, you moved to Magellan, with a link that calling it obvious is to say peanuts. I should have another coffee, I am not yet quite nervous. Before I almost avoided insulting a driver who has not let me pass with the red. Then I wished him an invasion of warthogs in his apartment while showering, but for a moment, believe me, I hesitated. "
"Well ..."
"I realized now that I interchange the form of courtesy with the other, talking with you. If you do not mind I'd stay on the polite one. It’s more Eighthundredish, isn’t it? "
"Sure. I just wanted you to note the irony of how the last descendant of Napoleon is ... "
"Sure sure. What a beautiful story. It made me want to get back to writing, do you know? You with that wool cap and the face of one who was mocked even from broken umbrellas. "
"Thank you. Oh, this means that today is a good day! "

“What are you talking about, don’t you not see how it's raining?"

sabato 5 settembre 2015

10 tipi di articoli per avere successo sui social media - 10 types of articles to hit the big thing on social media

[ENGLISH BELOW] 

Il metagiornalismo è una cosa molto divertente. Per esempio puoi scrivere un articolo e intitolarlo "10 tipi di articoli per sfondare sui social media” che è a sua volta un modo di avere audience sui social media. 

Questo venerdì, dopo una serata turbolenta, sono tornata a casa e senza alcuna ragione se non quella di scocciarvi, ho scritto un articolo sugli articoli che sfondano sui social media all’alba del secondo quinto del terzo millennio, cioè ai giorni nostri, quando il successo non si misura in copie vendute, ma in condivisioni nella pattumiera blu che si sta portando via i nostri anni migliori.
“Vieni a vedere la luna piena?”
“Sei matto? L’ho già vista quando ero piccola, voglio restare a casa a controllare Facebook, va che qualcuno si fidanza ufficialmente e mi sfugge!”
“Va bene, ma dopo vieni a cena?”
“Ho già cenato.”
“Sono le sei, quando hai cenato?”
“Lunedì.”
“Ah, ok. Buona serata.”



Riprendiamo il filo che già avete il tasso d’attenzione di una braciola cotta tre ore e mezzo, non vorrei mettermici pure io a distrarvi. 
Oggi se vuoi scrivere un articolo di successo hai diverse alternative, ma devi attenerti  a questi moduli, se improvvisi il flop è garantito. 
Come se ti mettessi a produrre pantaloni a zampa l’anno che Vogue ha scritto che vanno quelli a sigaretta. O se ti mettessi a vendere salopette, in qualsiasi stagione e a prescindere che vanno di moda o meno: non le mette più nessuno. 
Per stendere un pezzo che trovi i suoi lettori puoi scegliere tra:


  1. Fare qualcosa di insolito - meglio se strano e poco igienico - per un periodo di tempo abbastanza lungo da trarne delle conclusioni: strampalate, inapplicabili e del tutto inutili, ma che saranno rilevanti per chi vi legge, fidatevi. Il vostro articolo titolerà qualcosa tipo: “Ho indossato mutande in legno di castagno per un mese, ecco cosa mi è successo”. Ovviamente le conseguenze del vostro test sono del tutto prevedibili, ma la curiosità che susciterete porterà inevitabilmente a cliccare sul post e scoprire che avete soffocato il vostro organo riproduttivo. Un sacrificio in nome del buon giornalismo da social media, levata di cappello e sorriso malinconico per voi, eroi di quest’epoca spietata. Una volta c’erano gli inviati speciali, adesso ci sono gli sperimentatori indomiti.
  2. Compilare una lista: intramontabile. La mente umana è fatta per amare gli elenchi, sono nell’elenco delle 7 tentazioni del demonio, subito dopo scoppiare le bollicine degli imballaggi e separare il ripieno dai due biscotti che lo circondano (o dalle fette del Kinder Fetta al Latte). Via libera alla fantasia: le 10 professioni più indicate se siete mancini, 8 metodi per avere successo con le donne nonostante vi piaccia pescare, 15 modi per riciclare i triangolini del cartone del latte dopo averlo aperto con le forbici, 7 ragioni per cui tirare una castagna in testa a vostro figlio non è un atto di violenza, 14 storie da raccontare per convincerla a darvela, Tutti gli animali strani trovati nelle buste di insalata pronta. Sono solo alcuni spunti. Niente limiti, le liste sono istruttive almeno quanto un pomeriggio nella curva dell’Inter indossando la divisa del Milan. Potete anche sfruttare le immense potenzialità del “Come fare a”. Esempio: "Come costruire una centrifuga per frutta funzionante mettendo insieme le prime uscite delle collane DeAgostini che avete comprato a 9,90 euro dimenticando che dalla seconda in poi sarebbero costate 90 euro".
  3. Buttala sullo scandalistico. Dopo anni di lezioni al mondo su come si racconta il mondo, Novella 2000 potrebbe anche riposare tranquillo nel paradiso delle riviste gloriose. Invece resta ad intrattenere le pensionate mentre aspettano sotto il casco coi bigodini, sorridendo soddisfatto alle riviste online, cui potete inviare sensazionali scoop anche senza averne trovato mezzo. Basterà scrivere: “Choc per Ryan Gosling. Ecco la brutta sorpresa al ritorno dal set.” nel testo scrivete che aveva la casa allagata oppure che non ha trovato la sua auto viola in garage. Gosling ha un’auto viola? No, ma che vuoi che ne sappiano le vostre lettrici, quelle al massimo sfogliano Novella 2000!
  4. Post-modernismo apocalittico. “Asteroide colpirà la terra” è un titolo che ogni buon giornalista “social” deve vantare nel suo curriculum. Per il contenuto spolvera qualche ipotesi esplosa pochi mese fa: ce ne sono a ritmi regolari e fanno anche bene alla circolazione, dicono gli scienziati inglesi, stimolando il nostro senso del panico primordiale e accelerando l’istinto di sopravvivenza. Giovano anche alla linea: un campione di dieci topi a dieta cui era stata preannunciata la fine del mondo ha perso 4 grammi più di un altro campione cui era stata comunicata l’eternità.
  5. Un altro classico che non fallisce mai: immaginare i personaggi storici sui Social Media. “Se Gesù fosse uno del Duemila, sarebbe su Facebook?”. “I litigi tra Amerigo Vespucci e Cristoforo Colombo su Twitter, l’America doveva chiamarsi Cristofora”. “I Tre Moschettieri e quell'opportunità mancata. Il primo hashtag poteva essere #tuttiperuno".
  6. Le infografiche: i dati danno l'impressione di utilità anche a informazioni che non servono nemmeno al grafico che deve trarne un'infografica. Questa è roba che va forte. Potete paragonare qualsiasi cosa, ovunque, fate comparazioni a iosa, calcolate indici che nessuno ha ricavato mai, supponete che alle persone possano servire numeri che non hanno nessuna attinenza con la vita comune, figuriamoci con le vite straordinarie. "Frosinone Vs. Melbourne: costo della vita a confronto". Sui prezzi andate sul sicuro, alla gente piace (ho detto "piace", non "fa comodo", "è utile", nemmeno "interessa": è tutto istinto) sapere se la birra costa meno a Macerata o a Vancouver. "Parmigiana e Panettone: valori nutrizionali a confronto per scelte più consapevoli". Così potranno scegliere il dessert di Natale più adatto alla linea e pazienza se insieme allo spumante mangeranno melanzane stufate. Tanti disegni, colori abbinati alla ca...come viene, design curato: le infografiche devono essere belle da vedere e soprattutto...lunghe. Assicuratevi che la dimensione sia tipo 5X9860 pixel. 
  7. Quando siete alla frutta ma avete finito anche quella secca (cioè siete già ricorsi alle amiche infografiche) passate al disegno a mano libera. "Ecco come apparirebbero le malattie veneree se fossero i piccoli amici del bosco", "Le fasi della vostra vita sessuali a cartoni animati", "15 animali brutti-brutti da immaginare con la faccia della nuova ragazza del vostro ex", "I vostri desideri reconditi disegnati come fossero verdure con la faccina". Fanno sempre colpo.
  8. Convincete la gente che sta sbagliando tutto. "Ecco perché sei un'idiota che non sa nemmeno affettare il cocomero", "15 parti della casa che stai pulendo nel mondo scorretto" ('inchia, 15, tengo 10 metri quadri di stanza, come la divido in quindici parti?), "79 cibi light che in realtà ti stanno facendo diventare diabetico, grasso e anche antipatico", "Pensi di aver capito come si lavano i denti? Ora ti dimostro che non lo sai!". Con le parole giuste puoi davvero provocare depressioni esistenziali. Metticela tutta.
  9. Dì ai tuoi lettori cosa devono fare. L'umanità è stanca, prima ancora di scendere dal letto la mattina è già esausta dallo sforzo di essersi svegliata, sollevala almeno del passo di dover prendere delle decisioni. "Cambia la tua vita, molla il lavoro e mettiti in proprio senza uno straccio di idea. Fai il consulente: lo fanno tutti, anche io!". "Smetti di pagare le bollette e vivi felice con meno. Ps: Accertati che qualcun altro le stia pagando per te.". "Cosa devi dire al tuo capo questa mattina appena arrivi in ufficio". "Smetti di usare l'ammorbidente." Nel 3% avrai anche la possibilità di essere responsabile di un cambiamento di vita in positivo. In tutti gli altri, ricorda che tu hai scritto quello che pensi, se questi scapestrati seguono alla lettera tutte le scemenze che leggono, di certo non è colpa tua.
  10. Rivela verità importanti. A costo di cadere nello scontato: a molti la ridondanza dà più piacere di una grattata di schiena. "La verità su Lady Oscar: era davvero gay, ma maschio", "Mc Giver: come ha cambiato la vostra crescita", "Come sarebbe la vostra pelle se non aveste mai mangiato i Pan di Stelle", "Esclusivo: il Topexan non era da mettere sulla faccia."
***

Meta-journalism is a quite funny thing. For example, it allows you to write an article and call it “10 types of articles to hit the big thing on social medias”, which it’s itself a way to get viral.
After a turbulent Friday night, I went home and without any reason but bothering you, I wrote an article about the articles which obtain success on social medias at the sunset of the fourth lustrum of the third millennium, so in our days, when fame it’s not measured in copies sold, but in shares in the blue trash-bin which is taking away our best years. 
“Come see the full moon?”
“‘re you crazy? I’ve seen it when I was little, now  I want to stay home and check Facebook, what if someone is getting officially engaged and I miss it?”
“Okkay…but are you coming for dinner, afterwards?”
“I’ve already eaten.”
“It’s six o’clock, when did you have dinner?”
“On Monday”
“Ah, okay. Good evening.”
    Let’s resume the thread now, since you already have the rate of attention of a chop cooked three hours and a half, I don’t want to contribute to your distraction.
Today if you want to write an article of great success you have several alternatives, but you have to stick to these modules, otherwise the flop is guaranteed.
It would be like if you decided to produce flared jeans after Vogue wrote that this year cigarette trousers are on fashion. Or if you try to sell overalls, whatever the season and whatever that are fashionable or not: nobody wears them any more.
To write a piece that can find its readership, you can choose between:

1- Do something unusual - preferably weird and unhygienic - for a period of time long enough to draw conclusions:  something weird, unworkable and unnecessary, but that will be relevant to those who read, trust me. Your article will title something like: "I wore pants made of cedar wood for a month, that's what happened to me." Obviously the consequences of your tests are entirely predictable, but the curiosity that you will bring about will inevitably lead to click on the post and discover that you have stifled your reproductive organ. A sacrifice in the name of good journalism to social media, raised my hat and melancholy smile for you, heroes of this era ruthless. Once there were special envoys, now there are experimenters indomitable.

2- Compile a list: timeless. The human mind is made to love lists, they are one of the 7 temptations of the devil, after the bubbles burst for packaging and separating the filling from two cookies around it. Green light to the imagination: the 10 most suited jobs if you are left handed, 8 ways to be successful with women despite you like to go fishing, 15 ways to recycle triangles of cardboard milk after opening it with scissors, 7 reasons why a pull chestnut to to your child’s head is not an act of violence, 14 stories to tell to get her to give it to you, all the strange animals found in the bags of ready-to-eat salad. These are just some ideas. No limits, the lists are at least instructive as an afternoon listening to your neighbor complaining about the sins of young generations. You can also unleash the power of the "How to". Example: "How to build a centrifuge for fruit putting together the first issue of book series with modular gadgets  you bought for 9.90 euro forgetting that from the following issues would have cost 90 Euros."

3- Throw it on the scandal. You can send to online magazines a sensational scoop even without having found a half. Just type: "Choc for Ryan Gosling. Here is the bad surprise return to the set.” In the text you’d write that the house had flooded or who has not found his purple car in the garage. Gosling car purple? No, but what do you your readers really know about anything, if they read writers like you?

4- Postmodernism apocalyptic. "Asteroid is gonna hit Planet Earth" is a title that every good social journalist should boast in his resume. For the content sprinkle some assumptions exploded a few months ago: there are some out at regular rhythms and are also good for your circulation, according to British scientists they are stimulating our sense of panic and accelerating the primordial survival instinct. Also, they are beneficial to weight loss: a sample of ten mice on a diet which was signaled the end of the world has lost 4 grams more than another sample which had been communicated eternity.

5- Another classic that never fails: imagine the historical figures on Social Medias. "If Jesus was one of the third millennium, would he be on Facebook?". "The quarrels between Amerigo Vespucci and Christopher Columbus on Twitter: America was to be called Cristofora". "The Three Musketeers and the missed opportunity. The first hashtag could have been #unusprounibus”

6 - Infographics: the data give the impression of usefulness also to information that are useless even for the graphic who has to draw the infographic itself. This stuff is going strong. You can think about anything, anywhere, make comparisons, calculate indexes that nobody has ever made, suppose that people can get benefit from numbers that have no relevance to everyday life, let alone with extraordinary lives. "Frosinone Vs Melbourne: cost of living in comparison." Pricing it good, people like (I said "like", not "suits", "it is useful”, nor even "care”: it’s just instinct) to know if the beer is cheaper in Macerata or in Vancouver. "Parmigiana and Panettone: nutritional values ​​in comparison to more informed choices." So they can opt for the most suitable Christmas dessert and never mind if they end up serving sparkling wine together with stewed eggplants. Cute designs, carefully matched colors, nice drawings: infographics must be nice to look at ... and, most of all, they have to be long. Make sure that the size is something like 5X9860 pixels.

7- When you have finished the fruit and also the dry one (i.e.: you already appeals to your friends infographics) go for freehand drawing. "That's how STDs would appear if they were the cute little friends of the forest", "The phases of your sexual life in cartoons", "15 ugly-ugly animals to imagine with the face of your ex's new girlfriend", "Your hidden desires drawn as were vegetables with the smiley ". They always blow.

8 - Convince people that they are doing all wrong. "That's because you're an idiot who can not even slice the watermelon properly”, "15 areas of the home you're cleaning up in the wrong way“ (damn, 15!, I have a 10 square meters studio, how can I find fifteen shares in here?), "79 light foods that are actually making you diabetic, fat and even obnoxious", "You think you've figured out how to brush your teeth? Now I'll show you that you are doing it all wrong!”. With the right words you can really cause existential depression. Do your best.

9 - Tell your readers what they should do. People is tired, before they even get out of bed in the morning, they are already exhausted by the effort of waking up, unload them at least of the burden e decision making. "Change your life, quit your job and stand on your own without a shred of idea. Become a  consultant: everybody does it, me too!". "Stop paying your bills and live happy with less. Ps: Make sure someone else is paying for you.". "What do you have to tell to your boss this morning when you arrive at the office to overcome his power.” "Stop using fabric softener." In the 3% of the cases you will also have the opportunity to be responsible for a change for the better. In all others, remember that you wrote what you think, if these dissolute follow to the letter all the rubbish they read, certainly not your fault.

10 - Reveals important truths. At the risk of falling into the obvious: lot of redundancy gives more pleasure than a scrape on the back. "The truth about Lady Oscar: he/she/it was really gay, but male", "Mc Giver: how it changed your growth", "How would your skin be if you had never eaten Oreos”, "Exclusive: Topexan detergent wasn’t meant for your face”. 

martedì 28 luglio 2015

Are you writing about me?

"Are you writing about me?" asks Lukas, finally interrupting a staring-in-mute-mode lasting about ten minutes.
"Sure."
"Oh. I'm flattered! Seriously?" he's almost jumping on the little wooden chair.
"No way."
"Why not?"
"Why should I?"
"Am I not interested enough, for your standards?"
"Yes, that's the reason."
"What is that about, then? Aliens? Or maybe some stupid man you are dating with no hope, but observing his masculinity?"
"Yes. Both."
"I hate you, Abby."
"I hate myself too, so we are in the same ship, Spider." Lukas likes to be nicknamed.
We both stay quiet, he sipping his mango juice, me writing a sentence I will delete, just to find the balance again and stay in the writing dimension. It's really like standing on a single foot. You must reach a certain level of concentration, in order not to fell, or rely in the other foot.
"I'd like...- he starts, adjusting his perfectly motionless blond hair - I'd like to be interesting enough to be the protagonist of a book."
"You don't need to change. Just start."
"Start what?"
"Start writing your story, you can be a protagonist, if you really want that."
"I wish to be chosen, not to impone myself to the readership."
"Don't worry, nobody would notice."
"What do you mean?"
"I mean, it's not like you'll write a book, it will be publish at your finger-snap and read by thousand of people."
"Oh. No?"
"You can spend a couple of years working on the book itself, editing and finalizing it, then up to forever to find somebody willing to publish it and now you can realize that since nobody knows you, you have to market it, eventually spending a lot of money for a campaign."
"So why do you write?"
"Why do people smoke?"

mercoledì 13 maggio 2015

Mi hai rovinato la vita!

"Buonasera" si fa per dire: tira burrasca, se questo scassabarattoli bussa a mezzanotte e venti.
"La lavatrice. Ci da fastidio."
"Innegabile."
"A quest'ora non si può fare questo rumore con la lavatrice."
"Se le dicessi che invece sto dando una festa andrebbe bene?"
"Ti ho detto altre volte che non si..."
"Non si devono fare le feste. Certo, ricordo. Ma se proprio accadesse tanto varrebbe che avviassi una lavatrice, no? Tanto fracasso per fracasso..."
"Spegni la lavatrice, d'accordo?"
"Volentieri. Le dò una tinozza allora."
"Come?"
"Così li porta giù e me li finisce di lavare lei."
"Nella mia lavatrice?"
"Se le dà noia la mia figuriamoci la sua: no, genio, dicevo a mano! Ah, importante: il vestito nero prima di tutto, che se non s'asciuga entro domani non posso partire. A meno che non me ne dia un altro lei, ma mi pare non sia il suo stile."
"Io ora devo andare, ma tu spegni la lavatrice, è un grosso fastidio."
"Pensi, se è un problema per lei quanto lo è per me: sono tre anni che non riesco a scrivere un racconto senza che c'entri di mezzo, è la cosa più vicina a un neonato che abbia mai avuto in casa. E non cresce mai!"