mercoledì 22 giugno 2016

Gli esami finiscono. Sempre. Per chi suona la maturità

Certe cose non si dimenticano mai; per vostra fortuna, e mi rivolgo agli studenti delle superiori, gli esami di maturità non sono tra queste. Questa notte, prima di scrivere sul blog, ho aperto l’Ansa e letto che ci sono gli esami, in questi giorni. Parole lontane mi riecheggiano nella mente. Tracce, terza prova, latino, commissario esterno, mappa concettuale, tesina, saggio breve. Sono passati dieci anni dai miei e per ricordarmi che esistono certe atrocità mi servono i giornali o Cesara Buonamici.


Ammetto di avere un conclamato problema di memoria, un deficit che coltivo con passione lavorando sulla mia confusione mentale con la dedizione di un apicoltore, eppure c’è stato un momento in cui tutto questo è stato importante. Di più: drammatico

I 18 anni non tornano più. Nemmeno i 34, i 45, i 12, i 69, i 53 e via dicendo. La differenza è che la tua vita non sarà mai più potenzialmente figa quanto a 18 anni. Se rientri nella media, hai tutto: sei giovanissimo ma il tuo viso ha smesso di sembrare quello di un malato di varicella cronica, sei più ricercato di un elettricista, con dozzine di amici nullafacenti che ti implorano di uscire con loro, i tuoi disordinati impulsi fisici corrispondono finalmente a un corpo non del tutto repellente, hai appena preso la patente e questo significa ragazze, se sei maschio, e paraurti distrutti se sei femmina, ribolli di idee geniali per il futuro, hai voglia di fare e sei curioso di scoprire il mondo, senti che niente può fermarti.
Il sistema non poteva accettare tutto questo, troppa gioia fa male. Per prevenire attacchi di panico da felicità lancinante ha inventato la macchina diabolica per eccellenza: gli esami di stato.

Tutto di loro fa paura, anche il nome. Esami di Stato. Come dire: stai attento, stanno per venire a controllare se negli ultimi 4-9 anni hai fatto il tuo dovere, se hai copiato come un disperato e se sei in grado di organizzare le tue conoscenze in modo articolato e intelligibile. Cacchio.

La prima prova è un incubo per chi odia scrivere e un terno al lotto per chi se la cava bene, ma non può predire come sarà valutato il suo lavoro. Un romanzo di Stephen King può fare pena a molti, mentre milioni di persone ne tesseranno le lodi, figurati il tuo patetico saggio breve. 

La seconda prova non posso che descriverla dal mio punto di vista. Da quando l’ho vissuta, la morte non mi spaventa più. Personalmente ho fatto lo scientifico (altro motivo per cui è difficile spaventarmi) e l’ho vissuto con leggerezza, tra crisi di depressione esistenziale, scioperi della sete, il rifiuto fisico di andare a scuola e strazianti tentativi di fuga. Ora, se avete condiviso questo piacere, saprete che da 399 anni a questa parte alla seconda prova esce Matematica, in barba alla statistica che suggerirebbe che, cribbio, prima o poi dovrebbe uscire un’altra materia. Fosse uscita fisica, del resto, mi sarei rifugiate in acque internazionali. 
Non che mi sia andata tanto meglio: ho iniziato a piangere prima ancora di ricevere la traccia, inveendo contro i miei compagni che avevano occupato i posti migliori e contro il fato che mi aveva fatto arrivare tardi proprio nel Giorno del Giudizio (il fato ha un nome e un cognome, ma non  mi pare di dare la colpa ai genitori in circostanze simili). Come al solito ho fatto tutti i disegni, almeno fino a quando mi riusciva, lasciando ad un futuro ipotetico la risoluzione dei problemi. Per chi non lo sa, i disegni sono una fase preparatoria. Tanto per darsi un atteggiamento, far vedere che stavo facendo qualcosa. Di tot esercizi sono riuscita a farne solo uno, ma prima di consegnare ho deciso di controllare sbirciando il foglio protocollo del compagno più vicino. Il suo risultato era diverso, così ho corretto tutto secondo l’assunto “il compito di un altro sarà sicuramente meglio del tuo” e cancellato la mia esecuzione. Indovinate un po’? Per la prima volta in ere geologiche avevo svolto un esercizio correttamente, mentre il mio compagno aveva sbagliato. Una magnifica giornata, davvero.

La terza prova è la migliore rivisitazione della tortura cinese con cui potevano venirsene fuori, per cui in un tempo limitato devi rispondere a domande su materie che non hanno niente a che fare l’una con l’altra ed è la preparazione ideale per un futuro da disoccupato che si allena per vincere a “Chi vuol essere milionario”. 

L’orale avviene giorni dopo, così hai un po’ di tempo per goderti la tensione del non sapere cosa ne sarà di te e del tuo futuro, mentre studi argomenti a caso nel gradevole clima di luglio in città, il resto del mondo al mare. 

LA MATTINA DOPO DEGLI ESAMI

Il bello di questa strage di incompetenti è che se fino al giorno prima progettavi complessi sistemi di gru porta-Bignami a discesa da appendere al soffitto del bagno e ti fotocopiavi la Divina Commedia sulle cosce, il giorno dopo non te ne frega più un cesto di insalata e, il diploma lo perdi nel retro della macchina dai paraurti distrutti (vedi sopra), il macinino che gloriosamente ti porterà verso l’agognata spiaggia. 

Nei giorni il tuo cervello premerà il tasto “RESET” e vedrai sparire, a poco poco ma sistematicamente, tutto ciò che hai studiato al liceo, che per comodità avrai concentrato tutto in 4 mesi di studio matto e disperatissimo. Oh no, questo è Leopardi! Come vedete qualcosa può resistere al meccanismo di purificazione celebrale, ma tranquilli, sono informazioni sporadiche, che non siete in grado di connettere. 

Il mondo è ancora bello là fuori. Ci hanno provato a rovinarvi la vita, ma voi siete più forti. 

Ah, una rassicurazione dell’ultimo momento: posso garantirvi che, sebbene abbia deciso di vivere di scrittura e fare la giornalista, non ho mai più sentito parlare di “saggi brevi”. All’università ve li ritroverete tra gli “ioni” sotto mentite spoglie, li chiameranno “essays” oppure “paper”, ma non preoccupatevi: non esistono. 

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