venerdì 1 agosto 2014

Ecco perché trovi dappertutto il nome di quello/a che ti piace e vuoi dimenticare (o le altre parole che ti ossessionano)

"A me per esser stato contumace
di non voler Agria veder nè Buda
che si ritoglia il suo sì non mi spiace"
Ludovico Ariosto, Satire (Satira I, v. 127-129)

"Lavali ancora un po', c'è ancora un po' di polpa attaccata alle bucce"
"Come scusa?"
Luisa, una capigliatura tra le più belle, gli occhi dolci di un micio al buio, la simpatia di una clavicola rotta.
"Dico che se ti serve il lavandino fino a mezzogiorno va bene, non sono in ufficio per lavorare, mi piace ammirarti mentre spappoli i mirtilli".
"Oh, come sei complicato!"
Torto non possono dargliene e d'altronde chi se ne frega di pulire la tazzina del caffè. La deposito su un mobile qualunque e torno alla scrivania, lasciando la mia sveglia collega a macerare la frutta per nutrire il condotto dell'acqua. Mi siedo, riprendo il lavoro da dove lo avevo lasciato: 4500 punti all'ultimo gioco di sopravvivenza. Gareggio contro Gabriele, il mio amico di sempre. Da due anni si è trasferito a Udine, un po' lontano per i miei gusti, ma grazie a Internet posso sentirlo ogni giorno ed evitare di farmi davvero una nuova vita a Roma, dove sono finito io. Nel mio ufficio spostiamo cose e inviamo mail: solo le inservienti lavorano per davvero, puliscono e riordinano ciò che noi non sporchiamo perché quello che facciamo è solo allenare le dita e usurare certe lettere dell'alfabeto sulle tastiere, lasciando lindi e induriti il tasto del dollaro e le parentesi graffe. Alcuni di noi, col computer di vecchia generazione, possono ammirare pure la pulizia del quadrato col simbolo della Lira: un poco li invidio, quando proprio non so a cosa pensare.
"Stai lavorando?"
Taccio, sto sparando a un luccioperca.
La voce di Luisa mi piace, dovrebbe lavorarci per farne il suo punti di forza, ma qui lavorare è un verbo bandito dalla legge interna dell'edificio. Perditempo Spa, così si chiama il mio luogo di lavoro, secondo la mia descrizione su Facebook, che mi fa apparire molto ironico e spero favorisca il rimorchio di ragazze che apprezzano il senso dell'umorismo.
"Hai più visto Selene?" Ecco in questo momento vorrei che il tasto "delete" potesse cancellare per sempre sia te, sia quell'altra. Lo premo ripetutamente.
"No. Non l'ho vista."
"Stai lavorando?"
Taccio. Delete, delete, delete. ("Canc, canc, canc" per chi usa la tastiera italiana).
"Adesso mi richiederai se ho visto Selene? Poi di nuovo se sto lavorando? Sembri la bambola parlante che avevano le mie sorelle quando eravamo piccoli. Lei però sapeva 8 frasi, ti consiglio di ampliare il circuito anche tu."
Luisa mi osserva con quello sguardo che potrebbe nascondere un'indagine curiosa sulla psicologia umana di chi le risponde sempre male oppure celare il vuoto assoluto, un silenzio che è privilegio solo dei più stupidi: gli esseri perfetti. Smetto di premere il "delete" perché in fondo ma la porterei a letto più che volentieri.
"Sai cosa succede - le chiedo - quando cerchi di non pensare a una persona? Trovi il suo nome da tutte le parti."
"Ti diverti, mi prendi in giro?"
Sarebbe la prima volta, gioia? "No, l'avrai provato anche tu quando eri adolescente, anzi, probabilmente lo vivi anche ora, visto che sei rimasta una quattordicenne".
"Oh, ma che dici?! Grazie, sei carino!" No, non sono carino, ma tratterrò, tratterrò, tratterrò questo pugno che sta per partire. Delete, delete, delete. 
"Dicevo che sei rimasta s...spensierata come una ragazzina e mi chiedevo se non ti capiti ancora di vedere il nome di Lui dappertutto - sto cinguettando - quando vi siete appena lasciati e vuoi dimenticarlo."
"No, non mi capìta."
"Ah, e non ti capìta che una collega tratti il tuo cuore con la stessa grazia che dedica ai mirtilli e ti martelli nella testa il nome di quello che vorresti dimenticare?"
Adesso forse si metterà a piangere, ma almeno mi sono sfogato senza farle male. Mi aspetto una qualche sparata del tipo "sono sempre gentile ma questo non significa che puoi permetterti di mancarmi di rispetto, eh" e invece, fa l'imprevisto. Parla.
"Sono anni che non penso ad un ragazzo così tanto da avere problemi simili ai tuoi. Comunque ogni giorno leggiamo un tale numero di parole, tra insegne, etichette, cartelloni, libri, giornali...Internet...che troverai per forza il nome di moltissime persone nelle tue ore attive. Se vuoi provare a rimediare trovati una ragazza col nome di un qualche metallo raro, o una che si chiama Paracetamolo, se non lo usi. Forse funziona."
Resto basito. Lei no e ripete l'imprevisto: parla.
"A pensarci meglio ho detto una fesseria. Anche io l'anno scorso ho vissuto questa stessa tua cosa da ragazzine. Invece di una persona, però, a me mancava un posto. Ero appena tornata dall'Ungheria, dove ho vissuto diversi anni con mia nonna, che è ungherese. Ti giuro che trovavo la parola "Ungheria" ovunque, anche sui pullman dell'ATAC. Mi faceva incazzare: hai lì una città favolosa come Roma e piangi pensando a un altro luogo? Un giorno però è passata. Da quel giorno non l'ho vista più, la parola Ungheria, nonostante, ad esempio, il 52 passasse sempre da Piazza Ungheria. Quando me ne sono resa conto ho pensato di essere libera, di poter finalmente cominciare una vita nuova. Non era ancora così, perché allora ho cominciato a stare male per l'idea di aver dimenticato tutto, mi sono sentita materialista e...sola, tanto sola senza l'idea dell'Ungheria. La vita però è andata avanti lo stesso e ho pure trovato un nuovo lavoro, qui, dove tutto sommato non si sta male. Mi piace osservarvi. Siete...diversi. Conoscete tutto, non fate molte domande."
Per qualche secondo ci osserviamo e basta, come disarmati duellanti in attesa del primo colpo, poi prosegue il suo fiume di parole, forse rigenerata dalla pausa.
"Temevo le vostre domande, i primi giorni, avevo paura di non essere pronta ad aprirmi con le persone sul mio passato. Invece...voi sapete già tutto! Sono cresciuta cambiando città ogni due o tre anni, ho forti difficoltà a raccontare il mio passato, il filo narrativo è molto intricato. A volte c'è davvero troppa confusione nella mia testa, per questo ho paura delle domande, che di solito però sono da affrontare, fanno parte del lavoro. Qui no, siete diversi. Parlate un sacco, ridete, vi prendete in giro con una leggerezza che trovo molto fresca. A volte mi sembrate un poco ingenui, credete di essere gli unici a fare del sarcasmo, ma è il vostro bello, questo senso di superiorità che vi solleva dal terreno."
Cerco una parola di appiglio, ma ne ho troppe, non so scegliere. La sua faccia è pacifica, ma con venata di un'intelligenza che non avevo mai notato.
"Comunque volevo finire il discorso delle parole. Questa mattina leggevo una satira dell'Ariosto, dei versi a caso, tanto per cominciare la giornata sfogliando un libro. Ci sono quei versi in cui Ludovico dice di non voler seguire il cardinale in Ungheria. Insomma, non so quanto di piace la letteratura, ma se mi stai seguendo capirai: ora che non ci penso più ho aperto un libro a caso e trovato proprio quella parola. Semplicemente perché è in tanti, tantissimi libri, in molti cartelli stradali e sui giornali."
Questa mattina. Leggeva l'Ariosto prima di venire in ufficio a spappolare i mirtilli e fare la tonta con tutti noi superbi ignoranti.

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