sabato 20 ottobre 2012

Marcovalda

PREMESSA
Ho scritto questo racconto umoristico in quinta liceo, su suggerimento del mio professore di storia dell'arte - un insegnante di quelli che insegnano a vivere, non solo una materia - per un concorso di urbanistica a cui partecipammo e da cui tra l'altro uscimmo vincitori. Si riferisce alla Cittadella dello studente di Grosseto, sede di alcune scuole tra cui il liceo scientifico dove ho studiato e di impianti sportivi per studenti. La circolazione all'interno dei cancelli, aperti 24ore su 24, è consentita anche ai mezzi pesanti, con conseguenze poco simpatiche.

Lo stile riprende volutamente quello del Marcovaldo di Calvino e alcune vicende sono ispirate a fatti accaduti a miei compagni di scuola.


Marcovalda
ovvero
“Andare a scuola alla Cittadella”
Liberamente ispirato a “Marcovaldo” di Italo Calvino


Ogni benedetta mattina segnata in verde sul calendario, Marcovalda deve destreggiarsi nel traffico della “Cittadella dello studente” e spesso si chiede il motivo di questo nome, giacché sembra costruita apposta per far passare ai ragazzi la voglia di andare a lezione.
Un piovoso lunedì Marcovalda si sveglia molto presto decisa a farsi accompagnare dal babbo Pieranselmo, che lavora nella ditta “Stoccafissi”, fuori città.
“Ti accompagno ma sbrigati sennò faccio tardi e mi licenziano” ripete alla figlioletta ogni volta che le chiede un passaggio; così quella mattina alle sette e mezzo padre e figlia escono di casa tra i rumorosi saluti dei sei fratellini di Marcovalda.
Venti minuti dopo, fermi in coda sotto la pioggia battente, la giornata di Pieranselmo è rovinata: “Qui ci facciamo notte, scendi e vai a piedi Marcovalda!” intanto cerca di aprirle la portiera spingendola per lo zainetto in modo che piombi fuori dall’auto. “Ma babbo, sarò interrogata a storia se entro tardi e il professor Brincipelli mi metterà alla berlina davanti a tutti!”replica Marcovalda implorante cercando di tener chiuso lo sportello.
Giunta a scuola tra i rimbrotti e del padre, Marcovalda subisce un’ennesima interrogazione di storia dall’esito disastroso…TRE! “Domattina andrà diversamente: prenderò l’autobus!” si ripromette tornando al suo banco.
Quel martedì,
osservando dal finestrino lo scorcio di colline variopinte che si nota tra un palazzo e l’altro di Via Spillozzo, Marcovalda è sicura di arrivare puntuale per il compito di fisica.
Invece, dopo qualche minuto, realizza di dover fare una bella corsa per non passare la prima ora di lezione in pullman tra un’Alfa bianca e il furgoncino del forno “Panonzoli”, coinvolti nel maxi-tamponamento. “Quello svampito di Giovannino ha attraversato col naso per aria rischiando di finire sotto a una macchina e per questo farò tardi io che non c’entro proprio nulla!”si lamenta tra sé Marcovalda mentre scende dall’autobus e comincia a correre sotto l’immancabile pioggia autunnale.
Poco dopo, è la sola a dover svolgere il compito in primissima fila, negli appositi banchi per i ritardatari. Di certo non le è d’aiuto sentirsi incombere addosso la presenza del professor Pendoli mentre cerca di sbirciare il bigliettino con le formule, così si rassegna ad una pesante insufficienza.
Il giorno dopo è festa: Marcovalda e il resto della famiglia Strimpelli trascorre la giornata nel trilocale all’ottavo piano di Via Bracioloni.
Giovedì, Marcovalda decide di approfittare del patentino appena preso per andare a scuola con il vecchio scooter arrugginito del babbo Pieranselmo. Purtroppo la sua sveglia decide di non suonare e la poverina si ritrova nona nella fila per il bagno a cercare di convincere almeno la piccola Emerenziana a cederle il suo posto.
In casa Strimpelli non si naviga nell’oro, c’è un solo gabinetto per nove persone e l’acqua calda non basta mai per tutti. Per questo, Emerenziana non cede alle preghiere della sorella maggiore e preferisce entrare per ottava, lavarsi e passare dieci lunghi minuti a spazzolarsi i lisci capelli neri.
Quando Marcovalda sale sul motorino, con le scarpe ancora slacciate e un biscotto in bocca, è già piuttosto tardi. Ma può farcela, lo sa. Decide di passare da Via Limongi per poi svoltare in Largo Quaglia facendo un percorso un po’ più lungo ma con meno semafori. In effetti, Marcovalda riesce ad arrivare alla Cittadella solo due minuti dopo le otto, secondo il suo orologio sincronizzato alla campanella.
Ormai è quasi fatta.
In un istante, si trova ad un pelo dall’investire l’Ape del custode Ulderigo ma la scansa, finendo contro un cassonetto che sembra messo lì apposta come bersaglio da colpire. Marcovalda cade pesantemente sul fianco destro, Ulderigo ferma la sua Ape gialla e corre in suo aiuto, mentre un migliaio di genitori, nelle loro auto, inveiscono contro il piccolo veicolo lasciato in mezzo a quella strada, già troppo stretta per contenere due corsie.
Marcovalda arriva in classe un po’ impaurita, tutta impolverata e molto avvilita.
A ricreazione parla con Alfeuccia, sua amica dall’infanzia: “Di questo passo non arriverò viva a domenica!”. L’amica guarda dolcemente Marcovalda non sapendo cosa replicare. Interviene Alfio, gemello di Alfeuccia: “Ma non ti potrebbe accompagnare tua madre?”. Marcovalda gli risponde: “Macché!Anche se avessimo due auto, e non le abbiamo, la mamma deve accompagnare Tolomeo, Pierbacco e Pancrazio a prendere il pulmino!”. Alfio suggerisce: “Allora alzati alle cinque!” “Lo faccio già - replica Marcovalda - mi servono due ore per andare in bagno!”.
Un po’ stordito dall’ultima affermazione dell’amica, Alfio va a chiacchierare altrove.
Venerdì mattina Marcovalda si avvia verso il liceo a piedi. Con la gamba destra ancora dolorante per l’incidente, le occorrono diverse decine di minuti ad arrivare ma, una volta nel piazzale, la gioia d’essere puntuale le smorza il dolore... per circa due secondi, quando ecco che uno sportello le sbatte addosso aprendosi con forza.
Il signor Pingirame, premuroso verso il figlio Metirugo lo fa scendere sempre nell’ingresso al cortile del liceo, incurante degli studenti che vi camminano a quella ora, non si accorge neanche di Marcovalda sdraiata a terra. Il colpo è stato secco e piuttosto forte, tanto che Marcovalda, dopo dieci minuti di totale stordimento, non ricorda affatto come mai è caduta.
Entrata in aula, balbetta qualcosa d’incomprensibile all’insegnante esasperato dal ventesimo ritardo in venti giorni dell’alunna Marcovalda Strimpelli.
Nel pomeriggio le classi dell’istituto hanno lezione aggiuntiva nella fredda aula magna del liceo “Salomone Princisvalle” e Marcovalda non sembra preoccupata per l’audio pessimo e per le esigue dimensioni della stanza, inadatta a contenere mille ragazzi. Sul suo visetto si è insediato un sorrisetto strano, quasi un ghigno, che lascia intravedere i suoi dentini storti e sgraziati. I suoi occhi color cenere sono immobili in modo inquietante e le enormi borse violacee sotto i suoi occhi non celano la notte insonne e gli effetti di quelle settimane pazzesche. Finalmente, alle cinque e mezzo, i ragazzi salgono nelle loro aule per prendere i cappotti e tornare a casa.
Sabato mattina, la signora Trinciapolli apre come sempre le classi alle sette e cinquanta; Marcovalda le sorride dalla cattedra su cui è sdraiata e con un filo di voce rauca per la notte all’addiaccio le dice: “Ho capito come si arriva in orario!”.

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